Volevo vedere il luogo di riposo di questo collega adolescente. Arrivai ad Assisi verso mezzogiorno. La città era un gioiello di pietra bianca e rosa arroccata sulla collina piena di storia. C’era una pace nell’aria che, dovevo ammettere era contagiosa. Camminai per le strade medievali, schivando gruppi di turisti e pellegrini, finché non trovai le indicazioni per la chiesa di Santa Maria Maggiore.
Sotto c’era scritto: “Santuario della spogliazione, tomba del beato Carlo Acutis”. Entrai nella chiesa verso le 2:30 del pomeriggio. L’interno era fresco, silenzioso, profumato di incenso e cera vecchia. C’erano forse 30 persone, alcuni erano inginocchiati, altri seduti, altri ancora in piedi in fila verso una cappella laterale.
Mi misi in fila sentendomi un intruso. Tenevo le mani in tasca cercando di sembrare un turista distaccato, ma quando arrivai davanti alla tomba il mio distacco scientifico vacillò. La tomba non era un sarcofago di marmo pesante, era una teca di vetro. E dentro c’era lui, Carlo, un ragazzo che sembrava dormire.
indossava un paio di jeans, una felpa sportiva e scarpe da ginnastica Nike. Era sconvolgente. Ero abituato all’idea dei santi come figure antiche, vestite con tuniche con barbe lunghe, distanti nel tempo e nello spazio. Lui sembrava uno dei compagni di scuola di mio figlio Amir. Avevo letto che il corpo era stato trovato incorrotto o comunque preservato in modo straordinario.
La mia mente da ingegnere scattò subito alla ricerca di spiegazioni logiche, tecniche di conservazione, cera, chimica. Doveva esserci una spiegazione. Mi fermai lì a pochi passi dal vetro. Guardavo il suo viso sereno, non c’era traccia di dolore, solo una pace assoluta. E mentre osservavo le sue scarpe da ginnastica, pensai a lui, seduto davanti a un computer, a scrivere righe di codice HTML, a organizzare dati, proprio come facevo io.
Pensai alla passione che doveva aver messo nel suo lavoro. Non lo faceva per soldi, non lo faceva per la carriera, lo faceva per amore di Dio, un Dio che lui chiamava in modo diverso da me, ma che serviva con la stessa dedizione totale. E poi accadde. Non fu una decisione cosciente, fu il mio cuore avesse preso il comando bypassando il mio cervello analitico.
Chiusi gli occhi. Lì, in piedi, in una chiesa cattolica. Circondato da simboli che non erano i miei, feci l’unica cosa che un uomo di fede sa fare quando si trova di fronte al mistero. Pregai, ma non recitai un Padre nostro. Pregai in arabo nel silenzio della mia mente. Dissi: “Allah, se questo giovane è stato veramente amato da te, se la sua vita ha avuto un significato nel tuo piano divino, mostramelo.
Non ti chiedo segni miracolosi, non voglio vedere luci o sentire tuoni. Ti chiedo solo comprensione. Ti chiedo di capire cosa ci faccio qui. Quello che successe nei momenti successivi è difficile da tradurre in parole umane senza sembrare un fanatico o un pazzo, ma vi prego di credermi perché sono un uomo di scienza e non uso queste parole alla leggera.
Con gli occhi chiusi sentìi una presenza. Non era qualcosa che vedevo con gli occhi né qualcosa che udivo con le orecchie. Era una presenza interna nel petto, calda e densa, e sentì, con una chiarezza che non era la mia voce mentale, delle parole. erano in arabo, un arabo perfetto, articolato, risonante. Yussef, Allah è uno.
Non ci sono molte vie, ci sono molte lingue che parlano dello stesso. Questo giovane amava Dio con sincerità totale. Tu ami Dio con sincerità totale. In cielo entrambi siete fratelli davanti allo stesso trono. Aprì gli occhi di scatto, il cuore mi martellava nel petto, come se avessi corso una maratona. Mi guardai intorno spaventato.
Nessuno mi stava guardando, nessuno aveva parlato. La signora anziana accanto a me stava sgranando il rosario, persa nella sua preghiera. Ma quelle parole quelle parole risuonavano nella mia testa come una campana che continua a vibrare dopo essere stata colpita. Questo giovane amava Dio con sincerità totale. Tu ami Dio con sincerità totale.
Senti qualcosa di umido sulla guancia, mi portai una mano al viso. Stavo piangendo. Io che non piango quasi mai, ero lì davanti alla tomba di un ragazzo cattolico con le lacrime che mi scorrevano sul viso. Cosa stava succedendo? Ero musulmano. Noi non crediamo nell’intercessione dei santi nel modo in cui lo fanno i cattolici.
Per noi il rapporto con Dio è diretto. Ma in quel momento sentì che le mie categorie teologiche rigide si stavano sciogliendo non per essere distrutte, ma per essere espande. Rimasi lì per altri 20 minuti. Non potevo andarmene. Mi sposta leggermente per non bloccare la fila. E continuai a pregare. Pregai le mie preghiere, le sure che avevo imparato da bambino a Damasco.
Parlai ad Allah della mia vita, delle mie paure, del mio desiderio di essere un buon padre per Amir, Laila e Omar. Gli parlai della mia fatica al lavoro e mentre pregavo sentivo una compagnia. Sentivo che Carlo, quel ragazzo morto 17 anni prima, era lì. Non come un intermediario, quello per me sarebbe stato shirk, idolatria, ma come un fratello, come qualcuno che ti mette una mano sulla spalla e ti dice “Vai avanti, continua a cercare Dio, ne vale la pena”.
Quando uscìi dalla chiesa, il sole stava iniziando a calare, tingendo il cielo di un arancione bruciato. Mi sedetti su una panchina di pietra nella piazza antistante. Avevo bisogno di respirare. Presi il telefono. Per la prima volta cercai seriamente chi fosse Carlo Acutis. Lessi la sua biografia non come un tecnico, ma come un cercatore.
L’essi della sua devozione, della sua gentilezza verso i poveri, del suo sorriso costante anche durante la malattia che lo portò via così velocemente. E poi lessi una sua frase che mi colpì come un pugno nello stomaco. Carlo aveva detto: “Tutti nascono come originali, ma molti muoiono come fotocopie”. Rimasi a fissare lo schermo del telefono. Originali, fotocopie.
Quante volte nella mia vita, anche nella mia fede devota, ero stato una fotocopia. Quante volte avevo pregato per abitudine e non per amore? Quante volte avevo seguito i rituali perché si fa così, senza mettere il cuore in ogni singola prostrazione. Carlo, un ragazzino di 15 anni, mi stava dando una lezione di autenticità spirituale.
Lui non aveva vissuto a lungo, ma aveva vissuto come un originale. Io avevo 42 anni. Stavo vivendo la mia fede o la stavo solo recitando? Nelle settimane successive al mio ritorno a Milano, qualcosa cambiò profondamente in me. Non fu un cambiamento esteriore visibile ai colleghi. Non mi converti al cristianesimo. Voglio essere chiaro su questo perché è il punto cruciale della mia storia.
Diventare cristiano avrebbe significato tradire la mia storia. la mia famiglia, la mia comunità e onestamente non sentivo alcuna chiamata a farlo. L’Islam è la mia casa, ma il modo in cui abitavo quella casa cambiò. Iniziai a pregare con una presenza che non avevo mai avuto. Quando mi inginocchiavo sul mio tappeto di preghiera, non ero più solo un uomo che adempiva a un dovere.
Ero un uomo alla ricerca del volto di Dio, consapevole che quello stesso Dio era cercato con amore anche da altri in altri modi. Iniziai a leggere il Corano non per memorizzarlo, ma per meditarlo, cercando le tracce di quella misericordia universale che avevo percepito ad Assisi. E iniziai a guardare le persone di altre religioni, specialmente i cristiani come il mio amico Marco, con occhi nuovi.
Non li vedevo più come persone sbagliate dottrinalmente, ma come compagni di viaggio. La parte più difficile fu parlarne con Fatima. Una sera, dopo aver messo a letto i bambini, ci sedemmo in salotto con una tazza di tè. Le raccontai tutto. Le dissi di Assisi, della Chiesa, della tomba, della preghiera e della voce nel cuore.
Fatima mi ascoltò in silenzio con gli occhi grandi e scuri fissi sui miei. Ero pronto al suo giudizio, alla sua paura che stessi perdendo la retta via. Yussef mi disse alla fine posando la tazza. Sei andato in una chiesa cattolica e hai pregato? Ho pregato Allah” risposi con fermezza, “Come musulmano, ma l’ho fatto in presenza di qualcuno che amava Dio profondamente.
E qualcosa è successo, Fatima, qualcosa che non posso spiegare con la logica, ma che so essere vero.” Lei rimase in silenzio per un lungo momento, poi inaspettatamente mi prese la mano. Il Corano dice che Allah guida chi vuole attraverso vie che non comprendiamo. Sussurrò. Ti vedo diverso, Yusf. Nelle ultime settimane sei più paziente con i bambini, sei più sereno.
Preghi più calma. Se questa esperienza ti ha avvicinato di più ad Allah, chi sono io per metterla in dubbio? Fu un sollievo immenso. La saggezza di mia moglie mi confermò che non stavo impazzendo. A dicembre, due mesi dopo quel viaggio, invitai Marco a pranzo. Dovevo chiudere il cerchio. Ci sedemmo nel nostro solito posto.
Marco, dissi, voglio ringraziarti per avermi suggerito di visitare la tomba di Carlo Acutis. Lui mi guardò interessato. È stato interessante dal punto di vista tecnico. Sorrisi. È stato trasformativo dal punto di vista spirituale. Gli raccontai tutto senza filtri. Gli dissi della voce, delle lacrime, della sensazione di fratellanza.
Marco mi ascoltò senza interrompere con un sorriso che si allargava sempre di più. Sapevo che c’era il rischio che lui interpretasse tutto questo come un segno che dovevo diventare cattolico. Ma Marco mi sorprese ancora una volta. Yusf disse: “Non credo che Dio ti stia chiamando a essere cristiano, credo che ti stia chiamando a essere un musulmano migliore e credo che Carlo, che era un ragazzo aperto e moderno, sarebbe felice di sapere che la sua presenza ha aiutato qualcuno a scavare più a fondo nella propria fede autentica. La santità non




